Palestine Checkpoint

Théâtre de Belleville,  24 Septembre, Paris

Palestine Checkpoint
Pièce de Jacques MONDOLONI
avec Marie AZOUZ
Wafik SADAOUI
Genséric MAINGREAUD

Rivivo seduta in un teatro d’avant-garde parigino quello che ho potuto solo sfiorare quasi due mesi fa in Terra Santa. Passando per i checkpoint indisturbati con i nostri documenti italiani e gli zainetti dell’eastpak sulle spalle, abbiamo vissuto solo la parte edulcorata di un paese in macerie. Noi a riflettere sulle nostre paturnie, avvitandoci su noi stessi… Loro in lotta per un paese dai tanti nomi e dalle tante identità.

Spostando le tendine dell’autobus, calate perché il sole ci impediva la siesta pomeridiana, potevo vedere gli scorci di una guerra sempre nell’aria, pronta ad esplodere come le mine lungo il fiume Giordano. Noi disturbati dalla luce del sole. Loro dal brillare delle bombe a mano.
Io posso ricominciare daccapo. Ora, in questa mia nuova città, o domani quando sarò di nuovo a casa mia, nella mia terra. Posso dare fine alle guerre dentro di me, le lotte intestine tra i miei pensieri e i miei sentimenti. Essere nuova e reinventarmi, smettendo di piangermi addosso quando ho tutto e il contrario di tutto. Ho il quadro completo dell’esistenza, le sue sfumature scure e quelle più chiare. Ho la speranza che se c’è il dolore, la medaglia della vita ha sempre e comunque due facce. Basta davvero. Perché continuare a perdersi d’animo, rimuginare? È ora di crescere.
Io posso avere un futuro migliore, splendido addirittura. Quei bambini là, con case tra le macerie e pistole di plastica già nella culla che futuro hanno?
Se alla domanda “che vuoi fare da grande?” dei ragazzini delle elementari rispondono “chissà se c’arriverò ad esser grande”, forse è proprio ora di smettere di lamentarmi.
Israele, Palestina, Terra Santa… Quante etichette per designare un’unica terra… 
Nonostante i tratti caucasici e i continui tentativi di imitare mia mamma che parlava correntemente il francese, qui a Parigi sono la dottoranda “italiana”. L’uomo prende un nome diverso a seconda della sua collocazione geografica. Le etichette si fanno ancora più ramificate più entri in certi meccanismi antropologici: tu sei un parigino della Cité, tu sei un parigino della zona 3, tu manco sei parigino visto che vivi nella banlieue insieme alla seconda generazione violenta e riottosa. Che poi, en gros, è un po’ come la distinzione aretini vs. senesi o, scendendo ancora più nel dettaglio, chianini vs. casentinesi.
Ma se da noi ci si limita allo sberleffo o a qualche baruffa tra Sant’Andrea e Porta Crucifera, poco distante da noi, a tre ore di volo, si vive senza libertà. Per dare un’etichetta alla terra ci si scanna.
Dillo a quel ragazzo che non può andare a Gerusalemme senza bolli e controbolli, permessi e contropermessi, diglielo, spiegaglielo cosa è la libertà.
Raccontagli il potere che ha l’immaginazione e quanta felicità si prova quando la realtà è ancora più bella delle nostre aspettative. Perché forse non lo sa. Nessuno gli ha insegnato cosa è la pace, l’altra faccia della medaglia.
Portalo quel ragazzo a teatro a vedere come si spettacolarizza il suo terrore. Fallo sedere accanto a te, che per poter capire superficialmente la vita vera in Palestina hai bisogno di ricorrere alla finzione teatrale. Io un po’ mi vergogno… Perché piango per quella coppia rappresentata da Marie Azouz e Wafik Sadaoui separata dai mille checkpoint, ma questa davanti a me è solo una pièce teatrale… Non ci si può più piangere adesso. Bisogna fare qualcosa.
Cominciare a conoscere la realtà toccandola questa terra, questa Santa Terra.
Bisogna vivere la realtà e non restare spettatori. Non starcene seduti comodamente su queste poltroncine di velluto blu. Fare qualcosa… Ma cosa?
Intanto comincio dando un netto taglio al mio pessimismo cronico.
Sorridere alla vita: noi, gente fortunata, non lo facciamo quasi più.
Comincio ringraziando il Signore per la splendida famiglia che ho. Per le opportunità che piano piano mi sono costruita grazie alla forza e la tenacia che mi ha insegnato mia mamma. E basta con questi atteggiamenti di vittimismo. Vittima io dei miei pensieri contorti? E le vittime degli scontri armati allora? Di che ci lamentiamo noi che siamo nella grazia del Signore? Noi che siamo uniti nel Suo Amore?
Basta Ilaria, datti una mossa!
E datevela anche voi.
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