Questo involucro, contenente e contenuto

Fermati un attimo.
Con il cappuccio calato sulla fronte mettiti in un angolo.
Osserva la gente che passa.
Analizza da capo a piedi ogni donna che cammina davanti a te.
Gambe lunghe, arti tozzi, visi squadrati, menti sporgenti.

Con quali ragazze faresti a cambio?

Trovane una perfetta di cui vorresti avere il corpo, il sorriso, le mani.
Osserva ogni andatura.
Natiche di tutte le circonferenze, piedi di varie lunghezze, caviglie affusolate e ginocchia ossute.

Bellezza. Perfezione. Portamento.

Guardati allo specchio.
Un viso tondo allora.
Un viso scavato ora.

Sacrificio, malattia, follia.

Ti restano le occhiaie adesso.
Solchi neri sotto gli occhi spenti.
La pelle non ha più limpidezza.
Le ossa sporgono da sotto le maglie larghe, dietro quei vestiti di decine di chili fa.

Vuoi uno sguardo su di te.
Hai perso la testa per quello sguardo.
Vuoi il desiderio, qualcuno che tenti di capire che sei un frutto acerbo, in cima all’albero, più in alto possibile.

Vuoi far sbocciare una sicurezza sepolta dietro i lividi e le infamie.

Butta la bellezza che hai dentro completamente fuori da te.
Rivestiti dell’amore che hai nascosto nel cuore, delle speranze, dei desideri.

Qualcuno ha già capito. Qualcuno capirà.

“Sentiti bella quanto vuoi tu” (A.D.F.)

La BU è OUT OF ORDER

Come ogni anno di questi tempi, per un po’ di giorni la mia proverbiale disponibilità e reperibilità va a farsi friggere. DETESTO non ricevere risposte alle mie domande e trovo assolutamente MALEDUCATO chi, anche lapidariamente, non risponde a mail, SMS, telefonate ecc.

L’era digitale smaschera il profondo malcostume umano.

Di solito, quindi, sono sempre pronta a rispondere nell’immediato a qualsiasi richiesta (lavoro, consulenze sentimentali da Ilariella 2000, consigli musicali, revisioni articoli, traduzioni ecc.), ma in questi giorni purtroppo non potrò essere a vostra disposizione 24 ore su 24.

Ergo, non lasciatevi con i vostri ragazzi, non entrate in paranoia per gli esami, non inviatemi traduzioni da fare on the spot e vivete per una settimanina bella bella senza di me. So di essere indispensabile, ma ce la potete fare anche senza il mio valido supporto.

E comunque, godiamoci un po’ di musica!

14 Juillet: la prise du permit de conduire

Photo by Gaiux (http://www.flickr.com/photos/gaia-s)

Sei anni fa, nella giornata in cui Parigi è in festa e la mi’ mamma-maman si alza al mattino intonando l’inno francese, ho preso la patente. Se la teoria l’avevo superata in volata, beh, con la pratica ho arrancato. 21 lezioni di guida. I miei non avevano il core di portarmi in giro e, sinceramente, meglio così. Una volta, appena preso il foglio rosa la mi’ mamma mi fece provare la sua peugeot. Presente quella specie di maniglia interna attaccata al tettuccio sopra il finestrino? Insomma, quella roba di plastica la cui unica utilità è appenderci le grucce degli abiti appena ritirati dalla lavanderia… Ecco, la mi’ mamma ci stava attaccata con tutte e due le mani urlando come un’indemoniata ancor prima che io avessi premuto l’acceleratore.

Guidare mi ha sempre fatto schifo.

Il giorno dell’esame non ho dormito mai. È stata la prova più difficile della mia vita. Peggio dei compiti di matematica del Santori al liceo, della maturità, dell’esame di trattativa con Garwood alla triennale, dell’esame di solfeggio al conservatorio e della discussione delle mie due tesi. Un concentrato di sudore, brividi, cagotto, conati e quant’altro. Un vero bijou.

Oggi guido volentieri solo la mia smartina. Più che dalle lezioni di guida, ho imparato da Gran Turismo. Cambio automatico, frizione inesistente e parcheggi più abbordabili. Però attenti: Ilaria al volante, pericolo costante.

Questo post un po’ ironico e divertente è il mio modo di ricordare con il sorriso mio cugino Marco, morto in un’incidente stradale a quasi 30 anni cinque estati fa. Ti vogliamo bene 🙂

Being insane… Insanamente fa per me!

“Mi butto. Cosa penseranno gli altri di una che s’infila così all’ultimo minuto? Me ne strasbatto, come sempre. Sono fatta così… Mi spacco il culo per qualcosa che mi piace, senza volere niente in cambio. Prendere o lasciare…
Vado a dare una mano al festival Insanamente di Cortona. Ci suonano dei gruppi che ho conosciuto ai tempi di Rockit e che ho intervistato per il Play. Vediamo che ne viene fuori. E poi Cortona… Sapete quanto la amo…”

I miei genitori mi guardano perplessi, i miei amici sono poco convinti… Chi mi conosce, chi mi vuole bene sa quanto il mondo della musica mi abbia distrutto e demoralizzato col tempo, nel tempo.

È sempre questione di tempo.

In attivo la musica mi ha sempre sconfitto. Debilitata fino alla nausea.

Eppure fin da piccola volevo diventare una musicista.

La musica in passivo è tutta un’altra cosa. Ascolto avidamente e la mia fotosintesi si basa sulle note altrui. Vivo di suoni. Ma forse non devo essere io a produrli…

Io e la musica lottiamo come due amanti che si desiderano ma si respingono chissà per quale motivo.

Ho studiato la chitarra classica per anni e anni, ho scritto le mie prime canzoni alle elementari. Ho tentato la via del conservatorio per fallire miseramente al primo esame. La chitarra è ancora lì, sbattuta contro il divano. Quante volte l’avrei voluta spaccare in testa al mio maestro… Strappare gli studi di Sor e buttare gli esercizi dalla finestra.

Ho formato varie band e provato a trovare negli altri la forza di combattere contro quel lato della musica che mi tortura. Sapere stare sul palco significa avere sicurezza e controllo del proprio corpo. Io mi nascondo dietro le parole e dentro la mia voce, non so gestire le mie braccia troppo lunghe e non so dove guardare quando canto. Mi vergogno, di me, del mio involucro.

E poi c’è il mondo della musica visto dalle retrovie. L’organizzazione di eventi, la promozione, il tour management, gli uffici stampa. Il business che sta dietro la musica è fatto di squali. Ovunque girino i soldi c’è sempre il serpente che striscia, il politicante che s’infiltra e l’arrampicatore che venderebbe sua madre pur di guadagnare qualcosa.

Per una come me, una fricchettona con l’iPhone, tutto questo è tristemente paradossale. La musica è il prodotto più bello e completo di quell’essere così infinitamente inutile che è l’uomo. Ed è l’uomo stesso a sporcare tutta questa bellezza…

Ci riprovo adesso, con una forza in più dalla mia parte. Queste tre serate sono state bellissime. Ho ritrovato quell’entusiasmo che avevo all’inizio, ai tempi del mio primo Play, quando pensavo da naïf (e in fondo sono ancora un’idealista ingenuotta) che la musica fosse libera da ogni compromesso.

All’Insanamente c’è gente tremendamente giusta. Se organizzi un festival con la certezza di non guadagnarci un cazzo è perché ti spinge la passione. Vuoi che sia per la Musica, vuoi che sia per il gusto di fare qualcosa per la tua città, vuoi che sia anche per il solo piacere di stare in compagnia, se ti dai da fare per un evento senza che il tuo portafogli si riempia, hai tutto il mio appoggio.

A letto alle 3, alle 4 di notte e il cuore leggero. Sono stata davvero bene.

Ho trovato persone fantastiche, dei compagni di viaggio impeccabili.

Ringrazio tutti, uno per uno. I capoccia Manola e Alessandro, il “team della cassa” (Mattia, la Fra, Bruno e, obviously, quel juke box vivente della Ros), il Pazzo 🙂 , Raffaele, i fu-F.A.S., le spillatrici di birra e pepsi con la grande (E)Manu, la dolcissima Jaime e il suo Cardo, i porchettari e le porchettare, il canone che ci ha fatto compagnia con il suo collare rosso e il muso infilato tra le sbarre, il tizio “engaged” che mi ha gentilmente sputato addosso per tre sere di fila, i grandissimi fornitori di birra con i loro magnifici ed efficientissimi motori, ed infine, assolutamente!!!, il twitting 0f0-Marco che mi ha aiutato ad “entrare nel giro giusto” tramite lo sbellicatore di pance Faenzi (apparentemente ho un carattere di merda Nocciolo, ma penso che ormai tu abbia capito che è solo un’armatura!). Naturalmente ringrazio anche tutti i ragazzi che non ho menzionato per la mia sbadataggine… Sorry sorry, shame upon me!

La musica ha bisogno di respirare. E all’Insanamente l’aria è tremendously pure, tremendously clean!

Loving the foreigners. L’Autre de soi.

Non avere radici mi ha fatto sempre sentire libera.

Per poter essere a casa ho bisogno solo di trovare un appiglio emotivo. Posso essere ovunque e ovunque sentirmi bene.

La mia città non è davvero casa mia. Arezzo mi opprime. Troppi pochi turisti. Troppa gente che conosco.

Aria, aria, Ilaria vuole aria.

La parola “familiarità” sembra avere un senso per me solo quando vado a Cortona. Non so perché. I miei sono nati e cresciuti in un altro paesino della Val di Chiana, ma fin da piccola portavano me e le mie sorelle a Cortona. Passeggiavamo per la Rugapiana e mi divertivo ad ascoltare accenti diversi, modi differenti di dare ai pensieri una forma sonora.

Una lingua mescolata. Come parla maman che infila una parola francese ogni tre in italiano e che storpia le pronunce. Idiomi diversi uniti in un’unica persona. Così, lingue differenti parlate in un’unica città.

Maman chiama mia sorella più grande Nanà e quella più piccola Clodià. Io sono Ilarià, sì con l’accento in fondo. Penso che sia indicativo… Cioè… Quando il tuo nome, la tua “etichetta” è modificata, adattata da una lingua all’altra, la storpiatura passa dall’involucro al contenuto…

Non amo le tradizioni, le ritualità legate alla “propria” terra. Perché una terra mia in fondo non ce l’ho. Amo i colori e i paesaggi della Toscana e penso che sia, insieme a Sicilia e Umbria, la vera perla dell’Italia. Ma se il mio senso estetico si appaga con la vista di queste regioni, sento sempre dentro l’esigenza di aprirmi al diverso.

È la mezcla, quella mescolanza tra ciò che le sovrastrutture del paese in cui cresciamo, studiamo o lavoriamo ci impongono e l’aspirazione a conoscere e assimilare quanto è al di là dei nostri confini.

Aspetto con pazienza e amore che la situazione a casa si sblocchi. Poi andrò via da qui. Mi basta respirare un po’ di aria… Giusto un po’… Sono partita piano piano con Firenze. Voglio ora il cosmopolitismo romano e poi New York e infine il Giappone.

Paris… Toutes les villes de la France je les connais déjà… J’ai tout vu et connu. Chaque été on a fait notre petit voyage dans le sud, le nord, l’est et l’ouest de l’Hexagone. J’aimerais bien vivre à Paris, ou juste quelque part en France, mais seulement avec maman. La France, c’est elle.

Con questo spirito rimango sempre affascinata dallo straniero.

Stranger in a Strange Land

Oggi è il 4 Luglio. La festa dell’Indipendenza Americana. Ho smesso di portare la bandierina a stelle e strisce attaccata allo zaino. Le spille della Star-Spangled Banner sono chiuse in un cassetto. Non sono più una filoamericana con il paraocchi, ma ammiro degli States il concetto di melting pot.

Non ho radici e non voglio attecchire da nessuna parte. Ogni luogo sarà casa mia fino a che sarà un sentimento a legarmi alla terra. Alla Terra.

Mi sento come un palloncino. Legato a un masso e che aspira al cielo. Slegherò piano piano questo filo…

A change is gonna come

Qualcosa cambierà. Ci sarà un momento in cui tutto questo subirà una svolta.
Il fondo non sarà più così nero.
Non raschierò le pareti in cerca di aria.
La speranza è viva e forte.
Sono forte e migliore oggi.
La protagonista delle storie fantastiche dentro la mia testa.
Just the unique, among the others. Better than you will ever find.



I was born by the river
In a tenament
And oh, my poor mother she could hardly pay the rent
It’s been a long, a long time coming but I know

A change is gonna come, oh yes it will

It’s been too hard of living
And I’m afraid to die
I dont’ know what’s out there beyond the sky
It’s been a long, a long time coming but I know

A change is gonna come, oh yes it will

See I go to my brother
And I say brother, “help me please”
And he winds up knocking me
Back down on my knees

It’s been times when I didn’t think
that I would last for long
But now we think we are all to carry on
It’s been a long, a long time coming but I know

a change is gonna come, oh yes it will